LA POVERTÀ CHE NON FA MALE
Esiste una povertà-virtù, una povertà scelta e esiste una povertà che è miseria forzata. La prima umanizza e rende liberi; la miseria forzata disumanizza, e a volte imbruttisce e porta persino alla delinquenza; alla miseria economica si associa con facilità la miseria culturale e morale.
La beatitudine della povertà occupa il primo posto, sia in Lc 6,20s sia in Mt5,3s. Ma non ha lo stesso significato né la stessa formulazione in entrambi gli evangelisti. In Luca, probabilmente più vicino al pensiero di Gesù, si dichiarano beati i poveri perché cesseranno di esserlo grazie a un pronto intervento di Dio in loro favore; fa’ capire che questa situazione non è gradita agli occhi di Dio. In questa linea, l’arcivescovo Claret, vedendo la miseria in cui vivevano molti sacerdoti a Cuba, intervenne presso la regina e il Governo perché venisse loro assegnata una paga degna: «poiché [il clero] opera come deve e da esso si esige, è importante che non debba mendicare o chiedere il mantenimento con mezzi poco dignitosi» (EC I, p. 517); lo feriva il fatto che «a volte il povero curato si vede costretto ad andare alla capanna del nero perché lo inviti a mangiare la sua radice e il suo banano, per non morire di miseria» (EC I, p. 608).
In Matteo 5,3 l’espressione «poveri di spirito» non descrive una situazione sociologica, ma un distacco volontario, una scelta che può fare soltanto chi è molto ricco di spirito. San Paolo parlava della sua indifferenza di fronte alla sazietà e alla fame, indifferenza dovuta al fatto che «tutto io posso in Colui che mi conforta» (Fil 4,13). Claret farà una confessione molto somigliante: «Voi siete per me sufficientissimi» (Aut 445). Chi possiede questa peculiare ricchezza può definirsi come san Paolo e i suoi collaboratori: vivevano «come chi non ha nulla, invece possedendo tutto» (2Cor 6,10).